di Massimiliano Smeriglio
Confesso un limite, sono antifascista e faccio fatica a seguire la discussione sulla memoria condivisa. Sarà perché ogni 24 marzo mi ritrovo alle Fosse ardeatine per portare un fiore a mio nonno e agli altri 334, sarà perché continuo a fare politica per le strade di una città, Roma, attraversata da una ondata di violenze quotidiane contro ogni forma di diversità, sarà perché l'assassino di Renato Biagetti ha una bella celtica tatuata sul braccio, sarà perché Carla Rina Verbano mi ricorda ogni volta che sono trenta anni che aspettiamo verità e giustizia per Valerio.
Non condivido l'articolo di Casamassima: è sempre strumentale e sbagliato comparare le peggiori pratiche dei neofascisti alla Gianni Guido con le nostre migliori intenzioni.
Ma non capisco neanche il lancio di Andrea Colombo colto al volo dal fascista (per sua definizione) Mancinelli. Non capisco a che serve e a chi serve questa discussione. L'Altro è un giornale curioso. Il giorno in cui apre una discussione seria e letteralmente spiazzante con l'intervista a Sabino Acquaviva che ci spiega in maniera efficace quanto sia stata grande la tragedia dell'unità d'Italia, contestualmente e contraddittoriamente rilancia la discussione sulla memoria condivisa.
Acquaviva riprende un dibattito antico, che io condivido, tra l'organizzazione municipale del pubblico e la vulgata dello Stato nazionale. In fondo il nostro Paese ha funzionato meglio durante l'esperienza straordinaria delle città-stato nel medio Evo e del Rinascimento che non dentro la costruzione lenta, elitaria e controriformata dello Stato nazionale, costruzione risoltasi con un colpo di mano militare contro le comunità popolari e contadine del nostro Paese.
La straordinaria modernità della repubblica di Firenze e di quella di Venezia hanno molto da insegnarci, così come tutte le altre esperienze di governo di prossimità, compresa la repubblica del Carnaro. I Comuni medievali sono il precedente cronologico della repubblica di Rousseau e i Municipi antichi sono il precedente cronologico dei Comuni medievali. Ben oltre Acquaviva c'è da imparare e scavare anche dalla esperienza repubblicana romana alla base della quale vi era la centralità della rete delle città.
Lo scontro tra statalisti e municipalisti - comunitari si è sviluppato nei secoli in tutta Europa: la federazione comunale di Poitiers del 1137 contro Luigi VII, la Lega lombarda che nel 1176 contro l'imperatore Federico I, la lega renana del 1254, la lega anseatica del 1241, la confederazione elvetica nel 1291, l'esperienza del tribuno Cola di Rienzo a Roma, il movimento dei comuneros del 1521 contro Carlo V in Spagna, la Costituzione francese del 1793 democratica e municipalista. Si potrebbe continuare. Ho fatto questi esempi per dire che esiste un pista di ricerca interessante, eterodossa e trasversale per provare a ripensare le derive e gli approdi della nostra discussione e delle nostre memorie.
Le domande in fondo sono semplici: quali memorie? E condivise tra chi?
Il dibattito sulla memoria condivisa si è aperto e consumato una quindicina di anni fa intorno alla costruzione ideologica della seconda Repubblica dei "post fascisti" e dei "post comunisti" alle prese con il tanto agognato accesso alla sala dei bottoni. Una fiammata consumata in un nulla di fatto. Anche in quel caso giocata tutta sul piano tattico del riconoscimento reciproco. Il perché del fallimento di una operazione spericolata di ridefinizione del pantheon repubblicano appunto lo dobbiamo cercare nella pista interpretativa aperta da Acquaviva.
Esclusi il presidente della Repubblica e quello della Camera nessuno sembra essere interessato ad una operazione culturale di rafforzamento dello Stato nazionale. Non mi sembra che i preparativi per le celebrazioni per i 150 anni dell'unità d'Italia godano di ottima salute. E ne sono felice, anche se questa traiettoria si è imboccata non per consapevolezza delle comunità locali spinte verso la centralità della dimensione europea, ma per sfinimento e per sciatteria di una classe politica che non rivendica memorie.
Quale è la memoria della Pdl, quale il suo disegno culturale da proporre al Paese? Boh chi lo sa, non pare essere questo l'assillo di Berlusconi.
Quale è la memoria del Pd, quale la sua rielaborazione della vicenda storica nazionale? Tranne le parole di circostanza sul primo e secondo Risorgimento (e quindi la solita menata sulla Resistenza come lotta di liberazione dallo straniero con relativo occultamento della guerra civile e delle aspirazioni di classe) null'altro è dato sapere.
Di Pietro vive alla giornata, della Sinistra non parliamo per carità di patria, bastano le parole della Rossanda di venerdì sul Manifesto: chi non ha testa e parole (Rossana) come fa ad avere memoria (aggiungo io)?
Solo la Lega ha investito sulla costruzione a tavolino di una memoria padana che pare funzionare almeno per il consenso low cost.
Ma allora quando si parla di condividere memoria di cosa stiamo parlando?
Se non esiste più un progetto di Paese, se la edificazione della seconda Repubblica è divenuta guerra per bande per l'occupazione dei poteri, se non esistono più luoghi in grado di prefigurare pensieri lunghi e coinvolgenti, non può esistere memoria e quindi non può darsi condivisione.
Sono le forze politiche in campo e i relativi blocchi sociali a non disporre di memorie di parte consolidate, le hanno messe in palio nella lotteria delle compatibilità e le hanno perse.
Se poi una discussione così ambiziosa e impossibile si deve ridurre, per mezzo de L'Altro, alle stilettate o alle pacche sulle spalle tra gli ex combattenti e reduci degli anni settanta, tra ex pistoleri marxisti ed ex squadristi, a me pare davvero inchiostro sprecato.
Se Colombo e Mancinelli quella discussione l'avessero fatta che so nel '78 forse sarebbe stata utile e magari avrebbe evitato un po' di sangue e di morti. Non l'hanno fatta né loro né i loro compagni e camerati e forse ci saranno state ragioni profonde per il mancato incontro tra il Lambro e gli Hobbit.
Oggi è una discussione che non c'entra più nulla con il Paese reale e con la sua ricerca di leggera smemoratezza. E francamente non c'entra nulla con la violenza razzista e omofoba che attraversa
le periferie urbane.
Se proprio ci dobbiamo impegnare in una ricostruzione culturale e nella riproposizione di memorie meglio seguire Acquaviva nella sua opera di disarticolazione di ideologie giustapposte rilanciando la vicenda dei luoghi e delle comunità locali nello spazio pubblico europeo piuttosto che ascoltare le canzonette di un fascista del terzo millennio. Che ad un orecchio profano come il mio sembrano persino brutte.
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