- Home |
- Blog |
- Multimedia |
- Contatti |
- Pubblicità
Direttore responsabile: Pietro Sansonetti
Editore Broadcasting Innovation Group Società Cooperativa per Azioni
Via Ottone Fattiboni 115 - 00126 Roma
ISSN: 2037-223X
di giacomolosi
Un caffé, il primo dopo lo scontro di primavera. Un caffè con dietro lo splendido scenario delle rive del lago di Como. Un "faccia a faccia" breve e neanche troppo riservato. Cosa del resto impossibile in una Cernobbio piena di ministri, economisti, esperti, meno esperti, giornalisti. Un breve colloquio e poi tante dichiarazioni. Sui giornali tutto questo è diventato il "disgelo" fra la Marcegaglia e il leader della Cgil, Epifani. Qualcuno si spinge più in là, e parla addirittura di «patto».
Non è così. Ma forse sarebbe meglio dire che non è ancora così. Perché tante cose spingono in quella direzione, spingono verso il «disgelo» e il «patto». L'interesse della Confindustria è evidente. Proprio ieri Moody's ha stimato per l'Italia una contrazione del prodotto interno lordo del 4,4%. Il tutto mentre per il 2010 le previsioni sono di una crescita di appena lo zero uno. Poco, pochissimo, nulla se paragonato con i tassi di crescita degli altri paesi della comunità.
La Marcegaglia e i suoi, allora, non possono più permettersi il lusso di un "autunno caldo". Con fabbriche che chiudono, con operai che salgono sopra i tetti e soprattutto con categorie disposte a sostenere chi si arrampica e protesta.
Questa primavera, quando la Confindustria firmò con Cisl e Uil l'accordo separato che ha ridisegnato il sistema contrattuale - cancellando il contratto nazionale e legando gli aumenti alla crescita della produttività fabbrica per fabbrica - la situazione era completamente diversa. Si era nel pieno della crisi, prospettive non se ne vedevano e le imprese - un po' ovunque, non solo in Italia - avevano pensato che l'unica via d'uscita fosse quella tradizionale: piegare il lavoro dipendente, precarizzarlo sempre di più. Battere i sindacati e recuperare margini di profitto. Poi, invece, dagli Usa sono arrivati i primi segnali che vanno in controtendenza. La crisi c'è ancora, ma se ne può uscire. Il problema allora è che le imprese oggi debbono poter contare su una situazione stabile. Niente autunno caldo, insomma. Ed ecco il caffè, ecco le frasi concilianti . «E' importante il ruolo che la Cgil può giocare nella crisi», ha detto la Marcegaglia al convegno del disgelo. Contento anche Epifani. Che dal canto suo non è riuscito ad andare al di là di un «adesso ci vogliono i fatti».
Fatti che, naturalmente, non sono all'ordine del giorno. La Confindustria sul piatto non ha messo nulla: nè l'impegno a non firmare intese separate nelle categorie, nè la disponibilità a studiare nuovi strumenti per far fronte alle emergenze occupazionali. Nulla. Per dirla con Giorgio Cremaschi, segretario Fiom, «la Marcegaglia ha offerto fiori. Tanti fiori. Ma nessuna opera di bene».
Il problema, però, è che quei «fiori» sembrano interessare lo stesso alla Cgil. Per farla breve: non è vero che la Marcegaglia al workshop Ambrosetti abbia "regalato" solo parole al leader della più grande confederazione. Quelle parole significano che la Confindustria ha deciso di «ridare un ruolo politico» alla Cgil. La terrà in considerazione, ci tornerà a parlare, a discutere. Anche a litigare, la considererà, o farà finta di considerarla.
E per la confederazione di Corso d'Italia questo non è un risultato da disprezzare. Perchè chi sa di "cose Cgil" spiega che gran parte dell'organizzazione ha imparato a vivere e a crescere con la concertazione. Lontano dalle trattative a tre - governo, imprese e sindacati -, lontano dalle grandi trattative a tre, anche quel sindacato non sa più come raccapezzarsi. Troppo disabituato ad un altro modo di essere sindacato. Ecco perché le spinte - le fortissime spinte - perché Epifani trovasse la strada per riallacciare le fila del dialogo. Cosa che puntualmente è avvenuta.
Spinte, beninteso, che Epifani non ha assecondato del tutto. Per ora "incassa" il riconoscimento politico della Confindustria. In attesa del congresso Cgil.
"Fiori" graditi, allora. E graditissimi anche al piddì. O almeno ai due contendenti che si giocano la leadershi. Perché nella strategie di Franceschini e di Bersani - in questo esattamente sovrapponibili - il recupero dell'unità, dell'unità di vertice, è un passaggio indispensabile.Per entrambi è un obiettivo necessario. Soprattutto per evitare lo scenario più drammatico ai loro occhi. Che aprirebbe prospettive inquietanti per la stessa sopravvivenza del partito. Si sta parlano della possibilità che i metalmeccanici arrivino alla firma di un accordo separato.
E' una prospettiva che sarebbe dirompente. Perché a quel punto salterebbero tutte le "terze vie", salterebbe qualsiasi possibilità di equidistanza. Salterebbe la possibilità di mediazione. I democrat sarebbero costretti a scegliere: con la Fiom o con la Cisl (la Uil, si sa, serve a firmare i comunicati ma conta poco quando bisogna andare a contarsi fra i lavoratori). E' un problema enorme. E' un problema addirittura per i centristi. Basti ricordare che ancora prima delle ferie, l'ex segretario della Cisl, Pezzotta chiese una "moratoria" dell'accordo separato. In modo che i metalmeccanici potessero arrivare insieme alla firma del loro contratto. Se n'è accorto Pezzotta, figurarsi Franceschini o Bersani. E così, anche una innocua frasetta della Marcegaglia se può servire a riavvicinare le tre sigle, va presa per oro colato. E si trasforma in "disgelo".