Di sicuro, abbiamo definitivamente capito quanto la feroce ragionevolezza del Don Pizzarro di Corrado Guzzanti non sia minimamente rappresentativa dei vertici ecclesiastici. «Continuiamo a fa' quello che avemo sempre fatto! Stamo a piazza' obbiettori de coscienza dapertutto, a quelli je famo fa' cariera e a quell'altri no, e accontentamose!». Così, aveva tentato di convincere Giulianone Ferrara a lasciar perdere la sua fumosa moratoria internazionale contro l’aborto. Perché era una partita già persa. Invece no, duri come il granito, questi non si accontentano mai. L’Agenzia italiana del farmaco non ha fatto in tempo ad autorizzare la commercializzazione della Ru486 che ieri - dopo l’anatema preventivo lanciato giovedì pomeriggio dall’emerito presidente dell’Accademia pontificia per la Vita, monsignor Sgreccia -, con un editoriale sull’Osservatore romano e un’intervista sul Corriere, sono arrivate anche le dichiarazioni di monsignor Fisichella, il presidente, quello vero, della suddetta Accademia pontificia. Trionfa la cultura della morte, quel farmaco è un veleno, è una banalizzazione dell’aborto, se c’è l’embrione è un omicidio, scomunica per tutti, e così via. Fin qui, a parte la delusione per le ingenue aspettative suscitate da Don Pizzarro, non c’è granché da stupirsi. In fondo, la Chiesa, fa il mestiere suo.
Ma il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, invece, che fa? Le sue dichiarazioni, in effetti, sono piuttosto curiose. Usando una spericolata metafora, ha affermato che il metodo farmacologico per l’interruzione di gravidanza finirà per condurre ad una «clandestinità legale». Ma Roccella, non è la stessa che qualche giorno fa ha presentato la relazione sull’applicazione della legge 194? Strano, perché quella relazione riportava alcuni dati allarmanti.
Dopo trent’anni dall’approvazione della legge, si calcola – e la stima è ottimistica, per difetto – che nel nostro paese, solo l’anno scorso, siano stati effettuati 15mila aborti fuori dal controllo del sistema sanitario nazionale. Questi sì, clandestini e pericolosi per la salute delle donne per davvero. Roccella, che si è subito buttata a capofitto nella crociata contro l’aborto farmacologico è anche molto preoccupata della compatibilità della somministrazione della Ru486 con la legge 194, ma si è ben guardata dal mettere in relazione la sopravvivenza della pratica dell’aborto clandestino con l’impressionante tasso di obiezione di coscienza (il 70%, secondo lo stesso rapporto) che affligge gli ospedali italiani. Eppure, solo lo scorso aprile, molti giornali avevano lanciato un altro allarme, creando il brutto neologismo “turismo abortivo”. Sempre nel 2008 – ma di questo la relazione ministeriale non se ne occupa -, su 682 aborti effettuati nel Canton Ticino, 221 sono stati richiesti da donne italiane e 180 donne hanno richiesto l’intervento farmacologico. «Queste cifre ci colpiscono e non potevamo osservarle in si¬lenzio – aveva detto al Corriere Carlo Luigi Caimi, deputato del Gran Consiglio del cantone svizzero -.
Sul fenomeno abbiamo avanzato diverse ipotesi: uno dei problemi è dato dalla Ru486, che in Italia o non c’è o se ne fa un uso molto limitato. Gioca poi a nostro vantaggio il di¬scorso della privacy, ri¬gorosissimo. A questo aggiungiamo l’efficien¬za del sistema sanita¬rio e la quasi totale mancanza di tempi di attesa». Ed Ermanno Rossi, il ginecologo del cattolicissimo ospedale Gaslini di Genova, suicidatosi dopo le accuse di aver effettuato aborti nel suo studio privato dietro pagamento, ve lo ricordate? Caro sottosegretario, non sarebbe più serio occuparsi della mancanza totale di un’educazione sessuale e contraccettiva nelle scuole e dei mali della sanità italiana che rendono davvero inapplicabile la 194?
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