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Roma 1977 Ragazza e carabinieri

Le folle di movimento si riconoscono subito. Anche nel ricordo, non hanno niente a che fare con le folle di partiti, di sindacato, di tifosi. Sono completamente diverse dalle folle degli eserciti, dalle folle delle fabbriche negli anni di passività. Le folle di movimento comparivano all’improvviso, l’aria davanti a loro vibrava di sorpresa e di meraviglia, si vede ancora nelle fotografie. Le persone arrivavano tutte insieme ed era come se su quella strada, su quella piazza, su quel tetto di carcere, a quella cancellata di fabbrica, a quella rete di manicomio arrivassero per la prima volta.

C’era sempre un momento in cui si disponevano come se ai loro piedi ci fosse la linea di un palcoscenico. Tutti insieme, fortemente insieme. Ma ognuno assumeva la sua espressione. E le espressioni erano tutte diverse. Ognuno sentiva la presenza delle sorelle e dei fratelli, di camminare con loro, di vivere con loro. Ma sentiva su quella linea, in quel momento che c’era un percorso, un pezzo di strada che poteva fare soltanto lei o lui. E se lei o lui non l’avesse fatto, non l’avrebbe percorso nessuno. Quel tratto di strada non ci sarebbe mai stato. Su quella linea, in quel momento sceglieva di farlo, di percorrerlo. Erano momenti che non avevo mai visto. Nemmeno nella storia delle  immagini. Era la consapevolezza nuova di un ceto nuovo, che non c’era mai stato. Uomini e donne comprati e venduti, ladri sui treni, carcerati, pazzi, omosessuali che non avevano mai parlato, donne che non avevano mai parlato, si tenevano per mano con le monache di clausura, con i teologi più fi ni, con gli attori più amati, con i senza potere di sempre. Era una consapevolezza nuova che la faceva fi nita con la cultura dell’intercambiabilità, dell’obbedienza, dei ruoli, della passività, del potere, dei testi sacri, anche della sinistra. Si stava insieme per l’immenso affetto che ci univa. Ognuno veniva amato per la sua diversità, per la sua unicità. Comparve una cultura nuova, comparvero nuovi modi di vedere che rendevano inconcepibili le carceri, le caserme, i manicomi, le fabbriche, le polizie, i partiti politici. Una cultura amabile e contagiosa.
Incompatibile con lo stato. Incompatibile con lo stato nel suo insieme, che rispose a modo suo. Ci furono stragi, agguati ai cortei, battaglie di strada, tanto sangue tanto dolore.
Per i movimenti, per la storia dell’umanità fu una sconfi tta epocale, così completa e tremenda da rimuoverne, smarrirne il ricordo, dimenticare perché si combatteva per le strade. Da dimenticare com’era quel modo di guardarci che non volevamo perdere. Da dimenticare quanto era amabile e contagioso. Da dimenticare chi morì per non perderlo. Con la sconfi tta vennero le estati romane. Dopo gli omicidi di maggio e le retate di aprile, le giunte rosse ci regalavano le estati romane. Tentavano di fare rivivere, appropriandosene, il fantasma delle grandi feste di movimento. Il fantasma addomesticato, incatenato. Le grandi feste di movimento. Il padre di tutti i politologi italiani si chiede, nel suo saggio meno citato, perché dopo ogni grande festa di movimento polizia e carabinieri si presentassero a cercare lo scontro. A ricordare che quella strada non si poteva percorrere. Dopo il massacro dei movimenti
qualcuno aveva già pronte, leghe, organizzazioni, riviste, che intercettassero i superstiti e le loro istanze. Così si volle fare con la cultura dopo averla uccisa. L’esperienza non ebbe vita lunga. Finì confusa con le ruberie e gli scandali di regime.Le giunte rosse proposero una cultura già morta in partenza. Non c’era memoria. C’era terrore della memoria. La memoria veniva cancellata. Così anche la critica. Così anche il confl itto. Non ci fu mai spazio per le madri che  piangevano   fi gli uccisi da poteri ingiusti. Quelle immagini venivano tolte dalle mostre di ogni tempo. Rimaneva il terrore del nostro. Comparvero nelle piazze imitazioni passivizzanti delle feste di movimento. Comparvero le luminarie dell’effi mero. Comparve l’imitazione svilita e castrata di quella che era stata la nostra cultura. Una cultura che, con un termine del nostro sud, venne defi nita allampaviddani. Tradotto: abbacina villani.

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