Home

12. Lilli il vagabondo

 L’Amministrazione continuava a sfornare Grandi Idee per rilanciare il ruolo della città; l’ultima, afferente il progetto di «Roma verde» – né di destra né di sinistra, ci tenevano a dire tutti, come potesse essere questa una garanzia di alcunché – era nell’ordine dei Parchi a tema e si chiamava «Green Planet». Se ne individuava la futura collocazione a Cinecittà. Ci sarebbero state le savane africane, con gli animali che vagavano inquieti e le notti nere come la pece e i giorni con una luce accecante; ci sarebbero stati i canyon americani, piantati nell’immaginario di chi amava il cinema western, con i loro fiumi, le grotte dei nativi con gli affreschi, i puledri selvaggi e  i duelli al sole, ma pure quella stratificazione geologica dove si poteva leggere il mondo; ci sarebbe stata anche una foresta pluviale tropicale, con la rigogliosa vegetazione e tutte le specie – uccelli, mammiferi, rettili, insetti – in via d’estinzione. Magari, ecco, proprio tutto non rientrava a Cinecittà, come era oggi comunemente intesa, ma ci si poteva allargare un po’ verso l’Anagnina, un po’ verso la Tuscolana, un po’ verso l’Appia: quella non era zona di vincoli archeologici, e tutti quei centri commerciali – Ikea, Cinecittà due – potevano diventare studios. E sarebbero stati creati migliaia di posti di lavoro, duemila, duemilacinquecento, si calcolava a occhio. Nel 2024. Quando, secondo il calendario egizio, comunemente detto «di Ramses», terra e sole e luna e Marte e Giove e Venere si sarebbero trovati allineati. Capitava ogni seicentoquarantaquattromila anni. Tutti quei posti di lavoro a Roma in una volta, dico. 

Quando sul sito dell’Esercito dei dodici porci saltarono fuori le prime fotografie di Lilli si scatenò un putiferio. Il corpo, ridotto ormai a poco più che uno scheletro, presentava evidenti e numerosi segni di lesioni, abrasioni, ferite, bruciature, contusioni: le avevano persino spezzato più di un dente. Ma più di tutto facevano impressione le zampe, perché piegate in modo innaturale e una, posteriore, pendeva ormai disarticolata dal corpo. Lilli era una femmina di rottweiller, praticamente adottata a vita dai ragazzi del canile municipale a cui era arrivata quasi moribonda, ritrovata su un ciglio del Raccordo, e che si era magnificamente ripresa per le cure e l’affetto con cui era stata trattata; un molosso di cinquanta chili con una naturale tendenza a fare il capo-branco, di bipedi e quadrupedi, che difficilmente avrebbe trovato chi la prendesse e portasse a casa: in un paio di tentativi effettuati era scappata per ripresentarsi, abbaiando e ululando, ai cancelli del canile. Lì stava bene. Per essere combinata a quel modo, doveva avere passato l’inferno e per quanto potesse avere già conosciuto la cattiveria degli uomini stavolta non aveva retto a quella evidente determinazione a ucciderla. Le foto erano state fatte con un cellulare – chissà da quale anima resipiscente di quella mattanza – quasi di nascosto e frettolosamente e la loro qualità era quella che era. All’inizio si disse in giro che probabilmente si trattava di un fotomontaggio e che comunque nulla lasciava evincere con certezza che si trattasse proprio di quel cane e che l’ambientazione fosse proprio quella, le celle di sicurezza. Si disse che, sì, le foto facevano impressione, ma con molta probabilità ci trovavamo di fronte a un giro clandestino di combattimenti tra cani e alla vittima di uno sporco gioco, e comunque non sarebbe stato in alcun modo permesso di gettare fango sul comportamento delle forze dell’ordine. Poi, di foto ne arrivarono altre: in una si leggeva quasi per intero il numero tatuato per identificare il cane, e poi si vedevano le divise e le facce delle guardie, e si capì che non era stata un’anima in pena a fotografare, ma che ci avevano preso gusto a immortalarsi nelle loro eroiche gesta. Qualcuno dei Dodici porci aveva dovuto trafugare il Cd con le immagini o aveva hackerato un computer. Era una sorta di Abu Ghraib, una cosa rivoltante e disgustosa: solo che i cani qui erano le vittime. A quel punto ci fu un’interrogazione parlamentare perché la Polizia postale chiudesse quel maledetto sito, ma si scoprì che era registrato presso un operatore di Tuvalu, in Polinesia, e che non era una cosa facile facile anche se apparteneva al Commonwealth bitannico. Il ministro dell’Esteriore iniziò la pratica della richiesta di estradizione – avevano sotto mano tutti i faldoni di Cesare Battisti e si limitarono a copiare e incollare – per «atti di terrorismo». 

Era iniziato tutto con lo sciopero dei dipendenti dei canili municipali, entrati in lotta contro i tagli imposti dall’Amministrazione comunale che non solo causavano il ritardo e a volte il mancato pagamento dei loro stipendi ma una serie di condizioni inadeguate per i poveri animali abbandonati e in cerca d’adozione. La polizia era intervenuta e aveva caricato, e per non sbagliare aveva manganellato uomini e bestie. Bestie e uomini erano finiti nelle celle di sicurezza. Separati. Poi, tutto doveva essere precipitato. Si parlò di poche «mele marce», e non era la prima volta. Ultimamente, doveva essere arrivato un tir intero di mele marce.

Alla ricerca del covo dell’Esercito dei dodici porci fu effettuato un rastrellamento a via Gradoli, hai visto mai. Trovarono invece ventidue cittadini di un paesino vicino Belen, nel nord del Brasile, quasi tutti imparentati con Brenda e guidati dal loro sindaco, il signor Duciomar Gomes da Pareto che aveva importanti rivelazioni da fare sul caso Marrazzo – confidenze raccolte nel tempo dal proprio concittadino, lasciava intendere – e era stato invitato da Bruno Vespa per una puntata speciale di «Porta a Porta». Vespa fece subito una dichiarazione in cui affermò che non aveva pagato una lira per le rivelazioni. Ed era vero: solo che i ventidue – e pure il sindaco – tra le condizioni per la loro apparizione in video avevano chiesto di attingere al fondo spesa per «viaggi, abbigliamenti, acconciature e aspetto» e, insomma, stirandola un po’, s’erano fatti tutti il seno. Il sindaco una sesta, dicevano i gossip. Fu firmato un immediato provvedimento di espulsione per tutti, da eseguire dopo la puntata del programma televisivo, e ne nacque una controversia giudiziaria e diplomatica. Ma col Brasile, ormai, c’eravamo abituati.

Intanto, era nato un nuovo partito politico. Il suo slogan: «Loro sono il male, noi siamo la cura» aveva incuriosito non poco. I manifesti di lancio mostravano una specie di virus, visto attraverso la lente di un microscopio, dentro il quale si intravedeva un corteo, striscioni, uno che si faceva le canne, due ragazze che si scambiavano effusioni, cose così, non è che era proprio chiarissimo: comunque su quella «cosa», si abbatteva una mano armata di manganello. Una cosa rozza, ma se l’intento era quello di essere chiari nel messaggio, c’erano riusciti. Il Gauleiter per sicurezza presentò denuncia e mandò la Polizia comunale. Sempre a via Gradoli, hai visto mai. Trovarono invece i ventidue cittadini di cui sopra, che non avevano ottemperato all’ordine di espulsione e, insomma, si andavano arrangiando, ora poi che c’avevano tutte il seno nuovo coi soldi di Vespa. I residenti di via Gradoli, in questo tran tran di rastrellamenti e perquisizioni, avevano perso il sonno e il senno. Molti pure le case, perché a ogni intervento chi sfondava i muri chi sfasciava il pavimento chi rompeva le tracce di luce e acqua, in cerca di documenti, video, nascondigli per materiale compromettente.

I più insistenti e anche i più arroganti erano quelli della Polizia municipale che da quando erano stati dotati di pistola s’erano proprio montata la testa. Uno dei loro comandanti, Beniamino di Giugno, aveva dato il buon esempio, quel giorno che, non reperendosi sul momento le ganasce per bloccare un’auto in evidente infrazione di parcheggio a cui stavano elevando una multa, aveva sparato alle quattro ruote con la pistola d’ordinanza – «Così, di sicuro, non se ne va», aveva detto. Poi, era stata una valanga, le pistole tirate fuori a ogni piè sospinto. Spesso, facendo i gradassi, manco fossero De Niro in Taxi Driver, la cacciavano fuori anche ai comandi e finivano con lo spararsi addosso; in quella prima settimana si contarono: un ferito a una mano al XVIII gruppo, un ferito a un piede alla XXXIV, uno assordato al XII e uno che perse un occhio al XXV. Che cazzo ci facevano con quelle pistole? A via Gradoli qualcuno sparò e il proiettile aveva oltrepassato il muro del cantinato dove vivevano i ventidue cittadini del paesino vicino Belen per entrare nel seminterrato di Natalì, uscire dalla finestrella del bagno, passare nel salottino dell’appartamento dove China riceveva i suoi clienti, bucare appena sopra il divano dove Jennifer offriva stupefacenti ai vip in visita e andarsi a schiantare sul motore di un’auto parcheggiata fuori, facendo scattare l’allarme.

 

Dopo il catering al matrimonio dei nobili, Lorenzo e Luciana avevano cominciato a frequentarsi, lui innamorato perso ma mai in grado di dichiararsi – ne era intimorito e affascinato insieme –, lei sempre a raccontargli dei suoi sogni nel cassetto, perché, sì, aveva la testa sulle spalle ma chi non ha dei sogni? Quello di Luciana – consapevole della sua bellezza – era di sfilare, fare l’indossatrice, la modella. Magari poteva mettere dei soldi da parte per studiare o per farsi un catering tutto suo, un ristorantino, chissà. Aveva iniziato quasi per gioco, in quartiere, poi era andata nei paesi intorno, e qui e là in regione, quelle feste e sagre dal sapore casereccio che si fanno tra l’oratorio, la biblioteca comunale e la piazzetta. Ci aveva preso gusto, e così aveva fatto un suo book, aiutata dagli amici, chi fotografando, chi ritoccando con Photoshop, chi impaginando, chi disegnando un logo, chi stampando. Ne era venuta fuori una cosa dignitosa, più che dignitosa. L’aveva mandato in giro, così spiegò un pomeriggio a Lorenzo, che se ne risentì, un che di gelosia lo pizzicò sotto l’ascella, ma non l’avrebbe confessato mai, neppure sotto tortura, così cercò d’essere condiscendente e d’incoraggiarla – «Massì, è una buona idea, magari ti chiama una grande casa di moda, bisogna credere alle favole, succedono». E la telefonata arrivò davvero. Non era una grande casa di moda ma un agente, una specie di talent scout, così si presentò, che andava in cerca di nuovi volti. Disse che era rimasto colpito, che l’aveva fatto vedere in giro per averne dei riscontri, insomma, si poteva già combinare un primo incontro, un primo lavoro. Luciana quasi non ci credeva, però andò all’appuntamento con l’agente, portandosi dietro Lorenzo, e quello arrivò col suo Suv, il capello impomatato, il vestito da duemila euro e un  mazzo di rose. Fu il mazzo di rose a sbilanciare il piatto, con Lorenzo che diventava progressivamente sempre più verde come Shreck, tanto più che quello ora lo guardava storto ora lo sfotteva. Si piacquero, Luciana e l’agente – Giampiero, così di presentò – e restarono che si sarebbe fatto vivo lui, presto, che già c’era in ballo qualcosa, per cominciare. Sul motorino, al ritorno, Luciana non smetteva di parlare, girandosi ogni due tre, con Lorenzo dietro, che teneva il mazzo di rose, e si sentiva un cretino vero. Dopo qualche giorno, la telefonata arrivò, e mandarono una limousine a prenderla, che venne giù a vedere tutto il quartiere o si affacciavano dai balconi, coi ragazzini che mettevano le dita nelle ruote e i cani che cercavano di entrare nei parafanghi. La portarono al de Russie, a piazza del Popolo e lì trovò un’altra decina di ragazze che dovevano «fare il servizio» – così disse Giampiero che aveva comprato tubini neri per tutte e fatti venire parrucchieri e manicure. Più tardi, verso sera, la limousine tornò, le caricò, e si avviò verso il centro. Quello che successe dopo, qui non si può raccontare perché è coperto da indagine giudiziaria e, d’altronde, versioni giornalistiche e televisive di parte sono state già ampiamente pubblicate. Noi oggi sappiamo che Luciana e Lorenzo sono in clandestinità per sfuggire all’accusa di «insurrezione». Qualche loro amico, coperto da anonimato, dice di sapere come siano andate le cose e noi ci limitiamo a riferirle, con l’avvertenza di non prendere come oro colato queste parole. Pare che le ragazze arrivarono a Palazzo Gradisca, dove era stata allestita una cena – abbastanza scadente, fu il giudizio professionale di Luciana – e c’era un’orchestrina e su un grande schermo si proiettava un filmato con spezzoni di immagini del presidente: l’appoggio a Fini, il varo della nave Azzurra, un ricordo della mamma, la canotta di Bossi, la dichiarazione al Parlamento europeo contro il tedesco Schultz, la fotografia con Obama, il predellino in piazza san Babila, col colbacco in dacia con Putin, la barzelletta del mafioso. Il sonoro era costituito dalla lettura della memoria presentata dall’avvocato Freghini in Cassazione per il lodo Cir-De Benedetti. Una noia mortale. Le ragazze non sapevano che fare, Giampiero era sparito, qualcuna era incuriosita, qualcuna ci marciava, cercavano di tenersi su l’una con l’altra, facevano conoscenza. Poi, era arrivato lui, l’Intoccabile, col suo accappatoio bianco luminoso. Qualcuna si era inginocchiata, qualcuna s’era fatto il segno della croce, qualcuna sbottonava un po’ più la camicetta, qualcuna stava sulle sue, Luciana voleva andare via. L’Intoccabile la notò, le si avvicinò e disse che voleva nominarla Cavaliere del Lavoro, e aveva le spillette e tutto, e Luciana pensò: perché no? può tornarmi utile. E così lui si fece portare le spillette su un vassoio e provò a appuntargliene una al petto, ma si attardava e la mano tremava e scivolava sul seno a smucinare, così Luciana, che aveva sti modi un po’ bruschi di borgata – «Ahò, ma che cazzo stai a fa’?» –, gli aveva dato una pizza. Dopodiche era scappata via lasciando basito l’Intoccabile e davanti a Palazzo Gradisca aveva scoperto Lorenzo col motorino che stava lì da chissà quanto, anima in pena, e se l’era caricata senza dire una parola, lei in lacrime, e era volato via.

Chissà come la storia della sventola di Luciana era arrivata alle orecchie dei Dodici porci, fatto sta che un nuovo manifesto era apparso sui muri della città col faccione dell’Intoccabile e una mano che si abbatteva a mollare uno schiaffo; sotto c’era sempre il logo dell’Esercito dei dodici porci ma stavolta lo slogan era: «Si può toccare».

Fu a quel punto che erano scattate le perquisizioni di polizia e carabinieri alla ricerca di Luciana; all’inizio erano andati a via Gradoli, hai visto mai. Di Luciana non c’era traccia ma ritrovarono ancora lì i ventidue cittadini brasiliani del paesino vicino Belen, con il loro sindaco, che stavano organizzando una festa di quartiere che sembrava il carnevale di Rio, tutta lustrini e samba, e i carri, uno spettacolo mai visto, coi residenti tutti contenti che avevano portato cani e bambini e molti la videocamera e fecero muro per impedire gli arresti. Poi, andarono coi loro furgoni e le loro tute da combattimento al quartiere di Luciana e pure a quello di Lorenzo, intimidendo tutti. Il commissario Ingravallo, che dirigeva le operazioni, aveva avvicinato le famiglie dei due latitanti e all’una e all’altra aveva ripetuto la stessa frase: «Fateglielo sapere a sti ragazzi che non è cosa. Sto fidanzamento loro, non s’ha da fare».

Luciana e Lorenzo entrarono in clandestinità.

Roma, 12 dicembre 2009

AllegatoDimensione
12_colonna_infame.pdf150.93 KB
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #

iURZuRA

WyzRKz iURZuRA

 
 #  
 #  
 #  
 #

iAlCMo

KOPJrv iAlCMo

 

ALTRI settimanale in edicola

Prima Pagina

gli AlTRI su Facebook