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Mujica, il presidente tupamaro

di Guillermo Andrada

Ha la stessa moglie da più di cinquant'anni, arriva alle riunioni di governo in bicicletta e vive in una casupola di periferia. Gli piace coltivare rose e riceve i giornalisti in ciabatte. E' il nuovo presidente dell'Uruguay. Fu il fondatore del movimento guerrigliero dei Tupamaros. E' stato negli ultimi cinque anni il più paziente mediatore dei conflitti interni nel Frente amplio, schieramento davvero ampio di tutte le sinistre del Paese (dagli ex guevaristi ai cattolici progressisti, in difficile convivenza con i socialisti).

Ha vinto domenica con dieci punti di vantaggio sull'avversario Luis Lacalle, uomo forte della destra. 51, 7 % Mujica, 42% Lacalle, secondo le prime proiezioni. Non male per uno che era stato presentato dagli avversari come la risposta più tristemente vetero che l'Uruguay potesse dare al timore del contagio della crisi economica mondiale.

Il fatto è che Mujica nella sostanza di vetero (comunista) ha davvero poco. E infatti ha il suo più ricco bacino elettorale tra gli under 30. Non pontifica, non parla difficile ed è modesto. Se gli si chiede della senatrice ed ex guerrigliera Topolansky dice: Non si racconta un amore così lungo».

Quando gli si domanda se non fu un po' fesso a credere che la tattica guevarista dei fuochi rivoluzionari fosse una buona idea per esportare alla fine degli anni Sessanta la rivoluzione nel placido Uruguay, minuscolo Paese agricolo lungo il rio de la Plata, più pecore che persone, risponde: «Sì, ci sbagliammo, ma non sull'obiettivo. Sono rimasto delle stessa idea, la tattica è cambiata ma il fine è lo stesso: costruire un mondo meno ingiusto». Per averci provato, in passato, passò gli ultimi due anni di prigionia in un pozzo.

Quando le guardie carcerarie di Punta Carreta, la mattina del 6 settembre del 1971, aprirono la porta della cella di sicurezza e la trovarono incredibilmente vuota, seppero che tra i 111 guerriglieri Tupamaros scappati nella notte attraverso un tunnel scavato sotto il muro della prigione c'era Pepe Mujica. E capirono che non era solo leggenda la storia del minuscolo guerrigliero capace di muoversi nella rete fognaria di Montevideo come nella soffitta di casa sua.

Oggi Punta Carretta è uno shopping mall e Pepe Mujica si prepara a formare il suo primo governo. Il neopresidente è un maestro nell'arte della mediazione.

Se il centrosinistra uruguayano non si è schiantato in uno dei suoi innumerevoli conflitti intestini ed è uscito a testa alta dai primi cinque anni alla guida del Paese, è fondamentalmente merito suo. E' stato lui, l'anima più radicale del Frente, a trovare il punto d'equilibrio tra laici e cattolici, tra liberisti e statalisti, tra fondamentalisti ed eterodossi, tra 'vedette' e gregari delle varie correnti interne.

Quando dentro il Frente gli hanno detto con quella storia politica alle spalle non andava bene come candidato presidente, meglio piuttosto il più presentabile economista Daniel Astori, ha proposto le primarie all'americana.

Quando le ha vinte e gli hanno rimproverato di non essere laureato, ha offerto allo sconfitto il ministero dell'economia. Ma quando l'hanno criticato per aver preso in giro in un'intervista la boria dei neoperonisti al governo in Argentina, (gli chiedevano di commentare il conflitto tra Cristina Kirchner e gli agroesportatori e lui rispose 'mah, è darsi un gran lusso perdere miliardi per litigare con quattro fascisti produttori di soia'), solo allora ha detto 'o mi lasciate dire quello che mi pare o vi trovate un altro candidato'. Il capo del governo uscente Tabaré Vazquez, socialista molto light, l' acerrimo nemico interno che ha tentato di fargli le scarpe sempre, questa volta l'ha supplicato di restare. Formare il nuovo esecutivo non sarà opera semplice.

I cattolici vogliono garanzie, i socialisti accampano pretese, la sinistra radicale scalpita e gli chiede se non sarà, finalmente, il caso di accelerare. Mujica non ha ancora detto da dove comincerà, ma una prima indicazione l'ha posta come condizione alla sua candidatura: «Sapete cosa penso, chi tocca le garanzie del welfarestare muore».

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