Home

"Così la mafia mise all'angolo Berlusconi"

di Piero Sansonetti

Per quel che ne so io, Berlusconi, nel 1993, non cercò la mafia ma fu cercato e ricattato dalla mafia. Che voleva da lui una cosa sola: che entrasse in politica per riempire il vuoto aperto dal collasso della Democrazia Cristiana (che la mafia stessa aveva in parte determinato, forse in modo lucido forse un po' casuale).

Dico questo non sulla base di mie convinzioni personali né di particolare acume giornalistico-indagatorio e neanche perché ho ricevuto carte segrete dagli 007. Lo dico semplicemente per riferire le informazioni che mi furono fornite, diversi anni fa, da un magistrato molto importante - che oggi è morto - e che aveva avuto un ruolo decisivo nelle indagini sulle stragi del 1993. Il magistrato si chiamava Gabriele Chelazzi e credo che fosse il vice superprocuratore antimafia.

Cioè il vice del giudice Vigna. Ho un ricordo di lui breve ma molto forte e assolutamente positivo. Mi diede l'impressione di essere una persona che amava molto il suo lavoro, che lo considerava un mezzo da usare per avvicinarsi alla verità, senza preconcetti, cioè non un mezzo per dimostrare verità precostituite, o ideologiche. Non gli interessava il teorema, ma gli indizi, le prove, la ricostruzione.

Quello che scrivo si basa puramente sulla mia memoria, però credo che possa avere una certa importanza in vista delle nuove deposizioni del pentito Spatuzza.

Cerco di ricostruire intanto la data del mio incontro con Chelazzi (che vidi una sola volta per una serie di ragioni che poi vi spiegherò). Direi che la data è metà luglio del 2000. Facevo l'inviato all'Unità. In quel periodo ero un po' emarginato, non contavo molto. Però venivo considerato una firma importante, visto che ero stato un paio di volte condirettore del giornale, e poi corrispondente dagli Stati Uniti e successivamente inviato ed editorialista. Successe che questo magistrato Chelazzi, attraverso un suo amico che era un alto funzionario dello Stato - e del quale, per riservatezza, non farò il nome - fece sapere al direttore del mio giornale che gli sarebbe piaciuto raccontare alcune cose che sapeva della stagione delle stragi di sette anni prima. Il direttore del giornale era Peppino Caldarola. A quel che mi risulta, questo funzionario dello Stato chiamò Caldarola e ci fu un primo incontro con Chelazzi, nel quale si trovò un accordo su come procedere. Chelazzi voleva raccontare la sua storia a un giornalista che ne riferisse sull'Unità senza citarlo (non sono sicurissimo di questo particolare ma mi pare proprio che pose questa condizione). Caldarola propose il mio nome e fu accettato. Così il funzionario dello Stato decise di invitarci a cena per un primo colloquio.
A
lla cena mi pare di ricordare che ci fossimo Chelazzi, Caldarola, io, il funzionario e sua moglie. Forse però c'erano altre due persone ma non sono sicuro e non ricordo chi fossero.

Chelazzi mi illustrò a grandi linee come secondo lui andarono le cose nel '93. La mafia, dopo l'omicidio Lima dell'anno prima, aveva perso il rapporto tradizionale con la Dc, e la stessa Dc era in crisi drammatica ed epocale. I rapporti della mafia col Psi non erano mai decollati per colpa di Claudio Martelli il quale, prima come segretario del partito (al tempo del governo Craxi) e poi come ministro della giustizia, l'aveva ostacolata fino alla scelta clamorosa di portarsi a Roma, come consulente, Giovanni Falcone, il giudice nemico numero 1 delle cosche.

Per queste ragioni la mafia - e in particolare, credo, i corleonesi - cercava nuovi equilibri nella politica e la costruzione di una roccaforte moderata con la quale poter convivere in pace. E aveva deciso di puntare su Berlusconi. Probabilmente ebbe dei contatti ma ricevette un secco rifiuto. Berlusconi non voleva scendere in politica e in particolare non voleva farlo su invito della mafia. Allora si decise a ricorrere alle armi e fu decisa la strategia delle stragi.

Con obiettivi crescenti, sempre più clamorosi. Il più spettacolare - ci raccontò Chelazzi - fu l'attentato a Maurizio Costanzo. Costanzo era un simbolo antimafia ed era anche uno degli uomini più famosi e prestigiosi tra quelli vicini, molto vicini al capo della Fininvest. E con quell'attentato - che fallì - la mafia voleva dimostrare a Berlusconi di essere in grado di arrivare vicinissimo a lui.

Secondo Chelazzi, però, Berlusconi non cedette. E allora si arrivò all'ultimo atto: l'attentato allo stadio Olimpico di Roma durante la partita. Doveva essere una strage gigantesca. Forse la più grande strage di tutti i tempi in Italia, con cento o duecento morti.

E questi morti, in gran parte, sarebbero stati carabinieri e agenti di polizia. In quel clima - con un gigantesco vuoto di potere, tangentopoli in piena espansione, i partiti politici scomparsi, le istituzioni debolissime - una strage di quella portata poteva avere conseguenze politiche inimmaginabili. Non mi ricordo se Chelazzi mi disse che la strage fu evitata per caso, o perché la mafia decise di farne una grande prova di forza ma lasciando ancora una via d'uscita a Berlusconi. Comunque il risultato fu quello.

Secondo Chelazzi Berlusconi fu molto impressionato e decise di cedere. Non so in che forma, in che modo, a quali condizioni. Il giudice Chelazzi non ci parlò di una trattativa, ci disse solo che la mafia voleva Berlusconi a fare politica.

Io ascoltai questa esposizione del magistrato, come gli altri presenti, senza prendere appunti, senza registratore. Decidemmo che ci saremmo rivisti subito dopo l'estate - perché io stavo partendo per le vacanze, e forse anche lui - e avremmo lavorato sui dettagli. Mi avrebbe fatto vedere carte e documenti in suo possesso in modo da mettermi in grado di scrivere una ricostruzione seria e attendibile.

Poi Chelazzi mi parlò anche di altre cose, che però non ricordo bene. In particolare di certi personaggi - siciliani - ex Dc e poi passati a Forza Italia e dei loro rapporti con la mafia e in particolare con il boss Bagarella. Ma credo che in questi episodi non ci fosse nulla di inedito.

Dopo quella cena io partii per gli Stati Uniti, per il matrimonio di una mia nipotina americana. E mentre stavo in America a festeggiare le nozze mi raggiunse la notizia che l'Unità aveva chiuso, soffocata dai debiti.

Quando tornai in Italia mi occupai della crisi del giornale, che durò più di sette mesi. Mi passò di mente Chelazzi. Non lo cercai, anche perché non avevo un giornale sul quale scrivere il suo racconto. Poi, mi pare nel 2003, venni a sapere che era morto, di infarto. Una grande disgrazia, anche perché Chelazzi me lo ricordo piuttosto giovane, credo che fosse sotto i sessant'anni.

La storia m'è tornata in mente solo in questi giorni, quando la deposizione di Spatuzza ha iniziato a far riemergere la ricostruzione di quella stagione stragista.

Mi sembra giusto raccontarla pubblicamente, anche perché in molti punti, se capisco bene, contrasta con le deposizioni del pentito.

 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #  
 #

EHoQkXz

pTZOXFGz EHoQkXz

 
 #  
 #  
 #  
 #

LSXpHXo

xcewyfK LSXpHXo

 
 #

il vuoto

Non intendo entrare nel merito delle informazioni di Sansonetti, non credo che gli necessità citare a sproposito i morti, non porta bene.
Ma da una analisi anche solo sociopolitica,la scomparsa della DC in Sicilia lasciava un grande vuoto per la mafia. Questo vuoto non lo poteva riempire il PSI e neanche il PCI. L'eliminazione di Salvo Lima non si poteva considerare come un totale abbandono di ogni tentativo di mediazione tra organizzazioni mafiose e potere politico, c'era sicuramente in atto un tentativo di percorrere altre strade ed altri collegamenti.
Fidarsi delle dichiarazioni dei pentiti e sempre arduo visto che i pentiti vengono a beneficiare di un miglioramento del loro stato di detenzione. Nel nostro paese le dichiarazioni dei pentiti hanno prodotto casi utili come le indagini di Falcone a fronte delle dichiarazioni di Buscetta e casi di persecuzione come quello di Tortora. Abbiamo in ogni caso bisogno di una magistratura attenta e libera da ogni condizionamento politico.
Oggi dovremmo anche valutare con attenzione l'importante appello lanciato con una lettera al Corriere dell'ex ministro Rognoni; dice che bisogna evitare in tutti i modi di mettere all'asta i beni dei mafiosi perchè potrebbero essere ricomprati da prestanome di mafiosi; il governo di Berlusconi sta portando in approvazione questo provvedimento. L'approvazione sarebbe come tradire tutta la lunga battaglia di Pio la Torre, e vanificare tutto il lavoro di Falcone e Borsellino.
francesco zaffuto www.lacrisi2009.com

 
 #

ma perché la mafia voleva proprio lui?

Già lo vedo Berlusconi che resiste alle lusinghe e agli attentati della mafia, sprezzante del pericolo e disposto a sacrificare pure il fido Costanzo! Forse la mafia lo aveva scelto perché aveva intravisto il grande genio politico che è in lui...per favore, maggiore rispetto delle nostre già provate intelligenze, o quel che ne rimane. Grazie

 
 #

poteva risparmiarsela

Scusi Sansonetti,ma il Chelazzi che faceva? Parlava con lei in trattoria invece che coi suoi colleghi?Bella magistratura!Se è importante ora,perchè non lo era allora,quando era attuale? E ancora,direttore,la dice solo ora sta storia? Poteva andarci anche lei dal magistrato,non furono avvenimenti da poco.Mi è passata di mente è un po' poco!Che facciamo,il tresette col morto?
No Sansonetti,io la stimo, ma questa storia vera o non vera è comunque una bufaletta giornalistica;poteva risparmiarsela.Sembra una confessione a rate tipo Spatuzza.Quanto ai pentiti,le manovre da azzeccagarbugli che ci son state per tanti anni,è roba tutta da scoprire.

 
 #

non mi convince

sansonetti sa che la memoria gioca brutti scherzi, penso poi che il magistrato avesse dei colleghi con cui parlava anche di queste cose e non solo con sansonetti a cena, quindi magari c'è anche qualcun altro che quelle cose le sa, se i magistrati dopo 11 anni riaprono i processi non credo che lo facciano basandosi solo sui dice di spatuzza.

 
 #

berlusconi e la mafia

Potrebbe essere una versione, senz'altro più credibile di quella che vuole vedere berlusconi bombarolo e assassino.
Io credo che, come imprenditore, abbia fatto parecchia carne di porco ( lui come tanti altri ) e credo anche che, in passato ( anni 80 e 90 e primi anni di forza italia ), lui effettivamente abbia dovuto, per forza di cose, scendere a patti con la mafia. Poi cercò di sganciarsene per ovvi motivi e la mafia gli sguinzaglia contro i pentiti.
Non sono contro i pentiti, ma questi pentiti ad orologeria sono quantomeno sospetti: come mai spatuzza recupera la memoria dopo 12 anni? Forse questa legge andrebbe effettivamente rivista, se non altro andrebbe evitato che questi signori possano confessare a rate, a seconda della convenienza.
Quanto a Berlusconi, ( parlo da elettrice di centro destra ) con questo fatto dei processi brevi, della vociferata intenzione di modificare il concorso esterno per mafia e con il suo generale atteggiamento ad anteporre la risoluzione dei suoi guai personali al benessere dei cittadini, a mio avviso perderà sia di credibilità sia di voti.

 

ALTRI settimanale in edicola

Prima Pagina

gli AlTRI su Facebook