"No alle lame". Nel nome di Renato: "Boxe!"
Gong, d’amore e di rabbia, dalle parti di Ponte Marconi nello spazio occupato Acrobax. Qui da un po’ di tempo, riva sinistra del Tevere che curva mancino tra la Magliana e Valco San Paolo, sono di casa gli All Reds e pure il sole quando degrada al tramonto ha la forma ovale d’una palla di rugby. E’ la prima volta però che da queste parti s’accendono le luci del ring per il IV Memorial Renato Biagetti.
Homeless a Milano e Matti per il Calcio
“Basta, se lo tenessero il loro calcio. I malati sono loro, non noi. La gente dovrebbe spegnere i televisori e venirsi a vedere le nostre partite, perché è nostro il calcio vero: la polvere, il fango, le porte con le reti tutte rotte. E soprattutto la voglia di stare insieme. E’ un calcio sano, il nostro, anzi sanissimo che a me ha salvato la vita.” A parlare così è Carlo che suda scatti e dribbling sul campo della Bufalotta inseguito dalle riprese di Matti per il Calcio, film documentario firmato da Volfango De Biasi e Francesco Trento.
Dalle Alpi all’Aspromonte dagli Appennini alle Ande
Racconta Erri De Luca: “Ho scoperto la montagna da adulto. E per me è un’attività che abolisce la monarchia della testa. L’arrampicata è il regime democratico del corpo, la sua presa di potere. Le parti del corpo impongono il loro regime assembleare, tutte le parti, dalle dita dei piedi fino ai muscoli del collo. E in montagna poi non esiste vittoria o sconfitta. Esiste solo il segno ics, un pareggio riportato tra le proprie risorse e la integrale indifferenza della natura”. Di democrazia, in effetti, e di forte rapporto con il desiderio di trasformazione sociale è d’altra parte piena la storia dell’escursionismo popolare. E’ del 1911 la fondazione a Monza de l’Unione Operaia Escursionisti Italiani poi, durante la stagione dell’occupazione delle fabbriche, hanno sviluppo notevole le associazioni proletarie che parlano di educazione fisica per il popolo, di tempo libero e rivoluzione.
Sotto il sole di Caulonia
C’è un pezzo d’Italia, nel sud più profondo, dove frasi come accoglienza verso i migranti e diritto d’asilo, cultura della solidarietà e ricchezza della società multietnica, non sono solo parole di circostanza, bei suoni carezzati dal sole o argomenti spazzolati dal libeccio dei dibattiti. C’è una striscia di Calabria che guarda lo Jonio, e che sa ancora di civiltà e di Magna Grecia, dove certi termini fanno parte del vocabolario del vivere quotidiano, s’intrecciano alle attività produttive più comuni, attraversano le storie e i racconti delle comunità cittadine, acquistano ritmi e declinazioni armoniche come le diverse lingue che li esprimono. Stiamo parlando della Locride, del territorio racchiuso tra le alture delle Serre e il mare, dove c’è chi scommette sull’integrazione, sperimenta idee, mette in gioco la propria sensibilità repubblicana rinverdendo a nuovo l’antica legge dell’ospitalità.
Mondiali da Liberi Nantes
Vestono maglie con i colori dell’Onu, hanno un nome che richiama versi del libro I dell’Eneide e sono la squadra tesserata Fgci più multirazziale e precaria d’Italia. I calciatori si chiamano Robert, Ismabath, Diko, Ismael, Jacques o Alì ma è un problema mandare a memoria la formazione in gurgite vasto dei tempi che corrono. Il turn over da panchina infatti centra poco con le scelte del mister quanto con i flussi del lavoro e con quella condizione ballerina di rifugiato politico che governa le loro esistenze. Come il solo Barcellona di Leo Messi, detto El Pulga, vantano il patrocinio UNHCR ma gli stadi che frequentano, fatti di polvere e periferia, si chiamano Testa di Lepre, Bravetta o Don Orione. Sono i Liberi Nantes, i “migranti per forza”, quelli che dal loro paese sono stati costretti alla fuga, inseguiti da guerre colme d’orrore o segnati da torture piene d’infamia.
Cricket Fuori le Mura
A Brescia il vicesindaco leghista, con licenza di sparare regolamenti di polizia urbana, l’ha dichiarato fuorilegge per giardini e luoghi pubblici, ovvero, praticabile “al pari del pallone e della lippa” solo in spazi consentiti. A Venezia invece è materia di insegnamento nelle scuole. Nel capoluogo ligure dove, sul finire dell’800, sbarcò con i marinai inglesi assieme al football è tornato da poco a vestire il rossoblu del Genoa dal cui stemma grifone, peraltro, non s’era mai dimesso. A Roma, dove la tolleranza è a pelle di leopardo, crescono da tempo i club e si diffondono iniziative autorganizzate ma non sempre, per lo sport dalle mazze piatte, le cose filano lisce come un fuoricampo da sei punti.
Rigori Antirazzisti
Il manifesto di convocazione ha una grafica solare da murales di strada, tipo quelli sbozzati con pennarelli pantone e riempiti poi a spruzzate di bomboletta, in gergo bonza, marca clash o molotov. Sotto il cielo d’Emilia piove da “governo làder” ma il disegno, ispirato un po’ all’epica realsocialista e un po’ alla saga manga di Yoichi Takahashi, regge bene con i suoi due atleti molto presi nell’atto di sollevare la palla “al sol dell’avvenire”. Una carrellata di raggi banzai, intervallati col goniometro attorno ai nostri Holly e Benji, riempie il poster dei Mondiali 2009 mentre le scritte più gettonate dicono Kick sexism, Rispetto, No means no, Eguaglianza e Solidarietà. Sono molti i cartelli sparsi in giro e visto l’andazzo dei tempi sembrano quasi sacchetti di sabbia messi a argine del degrado culturale che, tra leggi infami votate dal Parlamento e sfrontatezza etilica di esponenti padani, tracima per la penisola.
Il Tour dalle fughe proibite
Quello vero è partito da giorni. Il Tour 2009, l’infernale francese da 3.445 km, con 21 tappe 2 crono e soprattutto ben 8 tapponi montanari, ha avuto una settimana fa il suo atteso prologo sulle strade di Montecarlo. Ora la compagnia dei cavalieri delle due ruote, dei velocisti e dei gungadin portatori d'acqua, è dalle parti di Lourdes sui Pirenei con Rinaldo Nocentini in giallo. Il 14 la truppa dei capitani e dei gregari festeggerà la Bastille a Limoges per poi da lì filare in direzione del Col de Platzerwasel, picco da mille e svariati metri con pendenza da sturbo.
Ring Negro
Il Palasport Diego Solito è un capannone piazzato nella campagna stesa tra Latina a Frosinone. A qualche centinaio di metri la statale 156 fila dritta verso i Lepini e la deviazione da prendere scantona nel buio passando le luci d’un distributore notturno, la cancellata di qualche azienda decotta, l’insegna di un consorzio per lo sviluppo industriale dell’agro nonché tracce sparse d’insediamenti sopravvissuti a qualsiasi scadenza di legge e di governo. Arrivare al Palaboxe non è semplice e il nome dell’ex campione del mondo Parisi che battezza l’organizzazione d’una riunione di provincia non aiuta la bussola. Una volta dentro, il pubblico è quello delle grandi occasioni di paese. In cartellone ci sono una batteria di dilettanti e un solo match prof ma la ressa preme da ogni lato e anche il ring è costretto in un angolo, sbattuto in fondo, preda obbligata delle smadonnate del tifo di casa.
Fùtbol alla Polverera
“Il torneo di serie A è finito. Il Campeonato de fùtbol alla Polverera, no!” La battuta, felice come lo sguardo d’un tifoso perso dietro una giocata di Totti o di Messi, la tira Carlos mentre assieme ai figli sfila fuori dal borsone le maglie rosse dei Familiar. “Sono cresciuti con questo posto –insiste- erano appena nati quando abbiamo iniziato qui le nostre prime partite.” Non ci sono spogliatoi alla Polveriera, la doccia è una fontanella col nasone ma sul terreno, disegnato all’ombra del Colosseo, la palla è di nuovo a centrocampo.











